01 Ottobre 2020
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Il ciclismo di Felice Gimondi e le mie storie dal Giro d'Italia

17-08-2019 19:44 - News Generiche
Felice Gimondi, foto Aldo Filippi
Il nostro gruppo incontra Felice Gimondi, Aprica 2010. Foto Aldo Filippi
In questo giorno triste per lo sport e per il ciclismo, mi sono venute in mente un sacco di cose.
Di ciclismo e di ciclisti ho visto molto, ricordo ancora il Giro d'Italia del 1988, cronometro di Levico Terme con la salita del Vetriolo, sotto un sole cocente e dove il ciclismo era già una festa popolare.
Era il mio primo giro da fotografo free-lance, non c'era il digitale e le foto andavano centellinate, perché le pellicole e le stampe erano preziose, la macchina fotografica una Nikon FE, il teleobiettivo un 70X200 mm, andava gestito a mano mentre cercavi messa a fuoco e inquadratura.
Appostato su quei chilometri in salita dove si sputavano non solo lacrime, ero insieme ad altri due storici amici amanti delle due ruote (in seguito il gruppo è cresciuto), così si seguivano i corridori uno a uno.
Li vedevi passare affaticati e avevi il tempo di riconoscerli, incitarli e scattare qualche foto.
Il “Vetriolo”, su quella salita il veleno lo sentivano tutto dentro, nel loro stomaco e nei polmoni e anche chi era a guardare sentiva l'amaro in bocca, ma non potevi fare altro che rimanere ad osservare impotente e cercare l'immagine più significativa che potesse rappresentare quel dolore, prima della gioia per aver raggiunto il traguardo.
La tappa la vinse Andrew Hampsten, un corridore statunitense che vinse anche il Giro 1988, primo non europeo a vincere il Giro d'Italia.
Dopo quell'impresa, qualche apprezzato piazzamento, terzo al giro del 1989, una tappa al Giro di Svizzera del 1990, vittoria al Tour de Romandie, una tappa al Tour, si ritirò nel 1996 senza ottenere più risultati di rilievo.
Ma non voglio fare tutta la mia storia del ciclismo dal 1988, ma era ed è ancora bello, partecipare con un gruppo di amici navigati, dove ci si arrampica, per modo di dire, sulle tappe di montagna per immortalare le imprese più ardue di chi deve far girare le ruote, non solo coi muscoli, ma col peso di tutto il corpo e qualche benevola spruzzata d'acqua sulla faccia quando vedevano qualcuno con un recipiente in mano, e con la testa facevano cenno di tirarla.
Non voglio esasperare il mio racconto parlando di tutte le tappe che ho visto, non basterebbero le pagine di facebook, ma forse ne farò qualche puntata.
Certi personaggi di cui sentivo parlare da bambino sono ancora impressi nella memoria e ricordo che quando il Giro passava da Pontedera o nelle zone limitrofe, era un'occasione da non perdere. In altro modo i ciclisti si potevano vedere solo quando si giocava con le palline, quelle trasparenti da una parte e dall'altra la foto del corridore, le piste fatte da solchi scavati con le mani per terra, le palline rotolavano ad ogni spinta con le icone di Maspes, Van Looy, Anquetil, Gastone Nencini, Ercole Baldini, Charly Gaul, Guido Carlesi; e via ancora con i nostri eroi ovviamente non elettronici, digitali si perché le palline si spingevano con le dita.
In questi trent'anni e passa di partecipazione al giro e in tutte le occasioni era impossibile non incrociare la faccia sorridente di Felice Gimondi, persona di poche parole ma sincero e schietto come tutti i bergamaschi.
Un corridore che con la bicicletta ha vinto tutto, tre giri d'Italia, un Tour de France, La Vuelta, campionato del mondo nel 1973, e non era da solo a correre, in quegli anni c'era Eddy Merckx e questo la dice lunga sulla sua carriera, non c'erano solo le salite o le volate e le cronometro dove si dimostrava eccellente, c'era il cannibale da controllare.
Era facile incontrarlo, sorridente e sempre disposto a concedersi all'obiettivo, ma lo faceva con la sua solita semplicità di come quando andava in bicicletta.
Di foto del Giro in tutti questi anni ne ho raccolte qualche migliaio, una parte stampate e dal digitale in poi dentro il computer, chissà se riuscirò mai a guardarle o a pubblicarle tutte.
In questi anni ho incontrato tanti campioni, ho conosciuto tanti personaggi, sia della bicicletta che della carta stampata, con loro ho avuto il piacere di scambiare impressioni e con alcuni stringere anche sincere amicizie.
Ricordo per esempio quando al Phanathlon Club del Valdarno inferiore, in occasione della presentazione del Libro “Corridori” di Ilario Luperini e le mie immagini che accompagnavano i racconti, ebbi l'opportunità di cenare al tavolo con al mio fianco Alfredo Martini, altra persona autentica, per me fu un evento eccezionale e dopo qualche momento di imbarazzo riuscii a conversare con lui tutta la sera.
Un uomo di una semplicità unica, una memoria straordinaria e pareva di conoscersi da sempre.
Ricordo anche quando in occasione dei Campionati Italiani di Ciclismo in Terra di Pisa nel 2004, dove peraltro avevo realizzato il logo ufficiale di quella edizione e per giunta quell'anno ero anche Assessore allo Sport del Comune di Montopoli, insieme a Franco Ballerini, che aveva sostituito Alfredo Martini e Franco Vita, due personaggi unici, studiammo il percorso della tappa, con relativo sopralluogo, che andava da San Miniato a Montopoli passando tre volte sulla salita di Marti, breve ma con cinque tornanti che spezzano le gambe e Ballerini se le ricordava benissimo quando da giovanissimo le aveva affrontate con fatica.
Franco Ballerini era la degna prosecuzione della presidenza della federazione ciclistica, sembrava che da Alfredo Martini avesse ereditato anche il carattere e l'umiltà, parlai a lungo con lui, soprattutto di Marco Pantani che stava affrontando i mille disagi della sua vita.
Franco Vita invece l'autista di tutti i presidenti, ma non solo autista, consigliere, esperto conoscitore di tutto il mondo della bicicletta. Un amico che incontro ancora e che abbraccio con piacere tutte le volte che si presenta l'occasione.
Voglio raccontare anche di quando il Giro d'Italia passò da Pontedera.
Era il 2006 e la tappa era una cronometro individuale dove si impose il tedesco Jan Ullrich, e Ivan Basso si comportò benissimo arrivando a soli 28 secondi.
La tappa era dedicata a Gino Bartali e in quella occasione ebbi il “Pass” dalla Federazione ciclistica di Pisa, in particolare dall'amico e Presidente federale Claudio De Angelis, persona che ricordo con favore per le numerose iniziative che abbiamo condiviso insieme.
Bene, in quella circostanza e in tutta quella confusione di colori, all'ora di pranzo mi ritrovai a tavola con alla mia sinistra Felice Gimondi e la sua consorte e davanti a me la signora Adriana, moglie di Gino Bartali, scomparsa nel 2014, e suo figlio Andrea, anche lui purtroppo scomparso nel 2017.
All'inizio ero preso dalla soggezione, ma dopo poco fra un sorso di vino e l'altro l'armonia prese il sopravvento e le parole non mancavano allo scorrere piacevole del tempo dedicato alla tavola e agli argomenti che spaziavano su tutta la storia del ciclismo. Non mi ricordo cosa mangiai, ma ricordo piacevolmente i racconti e gli aneddoti di Gimondi e quelli della signora Adriana Bartali e suo figlio.
Ieri quando mi è giunta la notizia della scomparsa improvvisa del campione, mi si è presentata nella mente tutta quella pellicola fatta di immagini, storia e visioni che il grande campione ha fatto rigenerare nei miei ricordi.
Non è per protagonismo che racconto queste cose, è per sincera gratitudine verso una persona come Felice Gimondi e tutte quelle persone che non ci sono più e altre per fortuna ancora presenti, persone che mi danno il senso di un mondo sportivo fatto di bella gente, di lealtà e di vera sportività fra vincitori e vinti.
Colgo questa occasione per interpretare e mostrare facce pulite del ciclismo.
Riposa in pace campione, sia sulla bicicletta che nella vita, sarà un dispiacere non incontrarti al Giro d'Italia 2020.

Aldo Filippi









Fonte: Aldo Filippi

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